The Babbel Blog

language learning in the digital age

L’americano colloquiale – facile come un pezzo di torta

Posted on July 22, 2014 by

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americano colloquialeIl nuovo corso di Babbel dedicato all’americano colloquiale presenta le espressioni e le frasi più utili dell’inglese gergale parlato negli Stati Uniti. E ci siamo dovuti chiedere: perché si dice che qualcosa di molto facile è “un pezzo di torta”?

Andiamo a scoprire le (possibili) origini di questa ed altre classiche espressioni americane. Prendetele “con un pizzico di sale”!

 

broke (letteralmente: “rotto”) – senza soldi, al verde, in bolletta

Nel periodo dopo il Rinascimento, molte banche europee fornivano ai propri clienti piccole piastrelle di ceramica che riportavano il nome del cliente, il suo limite di credito e il nome della banca. Un po’ come le moderne carte di credito, ma ben più pesanti. Il cliente portava con sé la piastrella quando voleva chiedere un prestito e, se il suo limite di credito era già stato superato, l’impiegato della banca la rompeva.

 

flirt – chi “civetta” mostrando attrazione per un’altra persona per farsi corteggiare, ma solo per gioco

Nota bene: diversamente dall’italiano, con il termine “flirt” in inglese non si intende il rapporto giocoso tra due persone che stanno appunto “flirtando”, ma la persona stessa che inizia il gioco (chi “civetta”, insomma). È una parola dalle origini antiche, la prima definizione si trova infatti nel nel dizionario di Samuel Johnson del 1560: “a pert young hussey”, ossia, giovane donna di facili costumi. Per fortuna oggi si applica indifferentemente sia agli uomini che alle donne.

 

a piece of cake (lett. “un pezzo di torta”) – qualcosa di molto facile, una bazzecola, un gioco da ragazzi

Questo in realtà non è l’unico modo di dire che fa riferimento a vari tipi di torte (“cake” o “pie” in inglese) per descrivere qualcosa di facile: ci sono anche espressioni molto simili come “as easy as pie” (lett. “facile come una torta”), “a cake-walk” (lett. “una camminata con torta”) e addirittura “to take the cake” (lett. “prendersi la torta”). Da dove derivano? Be’, a quanto pare le torte erano spesso il premio in palio in particolari gare che si tenevano durante le feste rurali negli stati schiavisti del sud: gli schiavi si esibivano in coppia camminando intorno a una torta, che veniva successivamente data in premio a chi aveva inventato la camminata più elegante e fantasiosa.

 

my two cents worth (lett. “il mio contributo da due centesimi”) – la mia opinione (spesso non richiesta o addirittura sgradita)

Le origini di questa frase sono piuttosto incerte. Secondo alcuni, deriverebbe dalle scommesse nei giochi di carte: nel poker infatti, per iniziare a giocare si deve puntare una somma detta “ante”. Ma potrebbe anche trattarsi di un adattamento americano di “two bits” (letteralmente, “due pezzi”, in riferimento ai “pezzi da otto” del real, il cosiddetto “dollaro spagnolo”) oppure dell’espressione inglese “two pennies worth” (lett. “un valore di due penny”). O magari è solo un riferimento al costo dei francobolli per spedire una lettera, che un tempo in Inghilterra era appunto di due penny.

 

to be hard as nails (lett. “essere duri come chiodi”) – essere forti, tenaci, resistenti

Questa frase ha origine nell’epoca in cui i chiodi erano grossi pezzi di ferro, difficili da piegare. Nella migliore tradizione dei “tormentoni” di internet, questo idioma è stato illustrato con una foto di Chuck Norris.

 

the whole nine yards (lett. tutte le nove iarde) – per intero, al completo, nella misura massima

(La iarda è l’unità di misura anglosassone che corrisponde a 0,9144 metri.)

Questa espressione, entrata nell’uso comune dopo la seconda guerra mondiale, ha suscitato più speculazioni e dibattiti di qualsiasi altra frase nella lingua inglese. A cosa si riferivano in origine quelle “nove iarde”? Alcune delle teorie più diffuse includono: la quantità di materiale che serve per realizzare un completo da uomo; la capacità di volume di un’autobetoniera (9 iarde cubiche); la lunghezza del nastro delle cartucce delle mitragliatrici usate sugli aerei caccia nella seconda guerra mondiale; e, infine, il numero di “yards” (non come unità di misura, ma nel significato di “pennoni”) che reggono le vele di una barca.

La frase compare per la prima volta nel 1907 in un articolo sul baseball pubblicato in un quotidiano dell’Indiana e fa poi perdere ogni traccia per almeno mezzo secolo, per riapparire solo nel 1956 nel Kentucky Happy Hunting Ground, una rivista locale di caccia e pesca. A confondere ancor di più le acque, in un colpo di scena degno da classico romanzo giallo, ci si mette la recente scoperta di un’altra versione della frase, nel titolo di testa di un quotidiano della Carolina del Sud del 1921: “The Whole Six Yards of It”, dove le iarde sono sei invece di nove.

A questo punto ci tocca deludere i detective linguistici: probabilmente il numero nove non aveva un significato particolare. È solo un esempio delle mutazioni che gli idiomi spesso subiscono nel corso del tempo: anche la nota frase “Cloud Nine” (lett. “la nona nuvola”, simile all’italiano “settimo cielo”) in origine era appunto “Cloud Seven”. Ma ci sarà sempre chi continuerà a speculare all’infinito… chissà mai a che si riferivano in origine “le sei iarde”?

 

Scoprite molte altre affascinanti parole ed espressioni dello “slang” a stelle e strisce nel nuovo corso di Babbel sull’americano colloquiale.

 

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C’è un nesso tra i sogni e l’apprendimento delle lingue?

Posted on July 9, 2014 by

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sogni

Vi siete mai chiesti quale sia il legame tra sognare e imparare le lingue?

Vi è già capitato di sognare in una lingua straniera? In genere è considerato un segno che avete raggiunto un buon livello di padronanza. Negli anni ‘80, lo psicologo canadese Joseph De Koninck osservò che gli studenti di francese che iniziavano prima a sognare in francese facevano progressi decisamente più rapidi. Sorge la domanda: imparavano più in fretta perché sognavano in lingua, o sognavano in lingua perché imparavano più in fretta?

Psicologi e neuroscienziati si sono finora cimentati in varie ricerche sul rapporto tra sogni e apprendimento linguistico, ma è difficile definire con precisione cosa succede mentre si sogna. Alcuni dicono di parlare bene nei sogni una lingua che nella vita reale conoscono appena. I sognatori sono testimoni inattendibili.

L’inconscio è capace di cose straordinarie, come nel caso della paziente che aveva completamente dimenticato la sua lingua madre al risveglio dal coma, e parlava solo tedesco. Forse mentre impariamo una nuova lingua, il cervello è così impegnato a immagazzinare le nuove informazioni che la coscienza non riesce ad assorbirle tutte insieme, ed è il nostro inconscio a farle poi emergere mentre dormiamo. O forse no? Si tratta di ipotesi difficili da dimostrare.

Se il vero fine dei sogni sia psicologico o fisiologico è una questione molto discussa. Le ipotesi più comuni sul perché sogniamo sono varie: potrebbe essere un modo di risolvere i problemi, elaborare informazioni o sbarazzarsi di quello che al nostro cervello, al momento, non serve.

 

Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.

– William Shakespeare, La tempesta

 

In parte proprio perché la scienza ha difficoltà a spiegarli, i sogni mantengono un alone di mistero, svolgendo un ruolo importante anche a livello culturale: basti pensare agli sciamani che guariscono le persone o prevedono il futuro e al continuo fascino del misticismo della New Age.

Forse sognare in un’altra lingua è un’espressione del nostro desiderio di appartenenza, di sentire come “nostra” una lingua straniera. Che lo si consideri o meno un momento decisivo per i progressi raggiunti, di certo è un forte segnale di consapevolezza e impegno nello studio della nuova lingua.

 

Sogni potenziati

sogni

Allora sono forse efficaci anche quelle tecniche di memorizzazione nel sonno (ipnopedia), basate sull’ascolto di registrazioni mentre si dorme?

La risposta in breve è: no. L’ipnopedia è stata completamente screditata dalla ricerca. “Disturbare i ritmi del sonno in questo modo presuppone che il cervello sia attivo per l’ascolto, impedendo così il tipo di sonno profondo che è in realtà molto importante per la mente”, spiega Florence Cardinal della National Sleep Foundation canadese, che raccomanda piuttosto di ripassare i materiali di studio più volte prima di andare a dormire, lasciando che il cervello faccia il suo lavoro nel sonno.

Se una persona in media dorme 8 ore per notte per 75 anni, accumula un totale di 220.000 ore di sonno. E se tutto quel tempo si potesse utilizzare attivamente?

Benvenuti al mondo dei “sogni lucidi”, quando sai di star sognando e riesci a controllare i tuoi sogni. Almeno quella è la tesi controversa proposta dallo psichiatra olandese Frederik van Eeden, dalla quale nasce di tutto un mercato di consigli per “esplorare il tuo mondo onirico, realizzare ogni fantasia e accedere al tuo enorme potenziale creativo” – a pagamento.

Ci sono comunque credenziali scientifiche alla base dei suoi ragionamenti. Il parapsicologo britannico Keith Hearne ha dimostrato negli anni ‘70 che chi si trova in uno stato di sogno lucido riesce a fare movimenti oculari volontari; altri studi del ricercatore Stephen LaBerge dell’Università di Stanford hanno dimostrato che l’attività cerebrale durante il sogno lucido è diversa da quella dei sogni “normali”. Per gli scettici, i sogni lucidi sarebbero in realtà più simili a uno stato meditativo che una vera e propria fase del sonno.

I sognatori lucidi ammettono che non è un metodo per imparare nei sogni nuove informazioni, come parole mai sentite. Si può però decidere coscientemente di ripassare il vocabolario, esercitarsi sui verbi, o intrattenere una conversazione con una persona immaginaria in una lingua diversa dalla propria.

Insomma, è un po’ come avere a disposizione il review manager di Babbel mentre si dorme!

E per una scossa di vita in più, perché non fare un salto a trovare Jan Born all’Università di Tübingen? La sua scoperta: stimolare il cervello durante il sonno con una debole corrente elettrica aumenta la capacità di memorizzazione dell’8%. Non provateci a casa.

In che lingue sognate? Siete sognatori lucidi? Raccontateci le vostre esperienze nei commenti qui sotto!

 

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Il gergo del calcio brasiliano: un fiore locale sbocciato da radici inglesi

Posted on July 4, 2014 by

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Brazilian football language

Con i Mondiali avviati a pieno ritmo, le espressioni più colorite del gergo calcistico brasiliano come ‘jogo bonito!’ e ‘golaço!’ hanno ormai superato ogni confine per entrare a far parte del vocabolario di ogni appassionato di calcio, a testimonianza della vivacità della cultura calcistica brasiliana e del suo impatto internazionale.

Eppure, se torniamo indietro nel tempo di appena un secolo, all’epoca delle origini del calcio brasiliano, dobbiamo riconoscere l’influsso di un’altra nazione ben più piccola e vincitrice di un solo titolo di Campioni del Mondo (rispetto ai cinque del Brasile): l’Inghilterra.

Due palloni, una pompa a mano e un regolamento

Brazilian football language

Furono due uomini in particolare a svolgere un ruolo determinante nel portare il calcio in Brasile.

Charles Miller, nato a San Paolo da padre scozzese e madre brasiliana di origini inglesi, fu mandato a studiare a Southampton, in Inghilterra, dove imparò anche a giocare a cricket e a calcio. Quando tornò in Brasile si portò dietro due palloni, una pompa a mano e il regolamento di gioco.

Nella sua biografia di Miller, l’autore John Mills cita le parole di un giornalista di San Paolo, che descriveva in tono perplesso l’abitudine degli sportivi inglesi di radunarsi nei fine settimana “per passarsi a calci qualcosa che assomiglia a una vescica di bue, derivandone grande soddisfazione, alternata a momenti di scontento quando questa sorta di vescica giallastra finiva in un rettangolo formato da dei pali”.

Miller ebbe un ruolo fondamentale nella fondazione del São Paulo Athletic Club, giocando egli stesso nella prima squadra, ovviamente nel ruolo di attaccante.

Nel frattempo, anche il giovane rampollo di una ricca famiglia anglo-brasiliana, Oscar Alfredo Cox, stava scoprendo le gioie del calcio durante i suoi studi in Svizzera. Una volta tornato in Brasile, organizzò la prima partita a Rio de Janeiro, nel settembre 1901. Si era intanto sparsa la voce di quanto stava facendo Miller a San Paolo, così Cox partì per il sud con un gruppo di amici e i due finalmente si incontrarono sul campo da gioco. Si sfidarono due volte: entrambe le partite finirono in pareggio. Un anno dopo, a soli 22 anni, Cox fondò la sua squadra, il Fluminense Football Club.

L’eco dell’inglese si sente ancora oggi nelle parole del gergo calcistico brasiliano: il terzino centrale, in inglese “centre-back”, è a volte chiamato anche beque; un giocatore davvero bravo è un craque, dall’inglese “crack” (nel suo significato di “fuoriclasse”); bisogna chutar (da “shoot”, tirare) il pallone per fare gol, e se ne fai abbastanza, la tua time (da “team”, squadra) porterà a casa il troféu (in inglese “trophy”, trofeo).

Il calcio come passione nazionale

Brazilian football language

Nel 1919, come nota lo scrittore David Goldblatt nel suo “Libro completo sul calcio” (in originale: “The Ball is Round: A Global History of Football”), il derby locale tra le squadre di Rio attirò 18.000 spettatori, con altre 5.000 persone rimaste fuori dallo stadio senza biglietti.

Perché il calcio ha avuto un’ascesa così fulminante in Brasile?

L’accessibilità di sicuro è stato un fattore. Tutto quello che serviva era uno spazio pianeggiante (e a volte nemmeno quello) e un pallone, senza attrezzature speciali. Eppure non basta questo a spiegarne la rapida diffusione: basta pensare all’India e alla Cina, nazioni di dimensioni paragonabili che non hanno però adottato il calcio con lo stesso entusiasmo del Brasile, dove è invece diventato una religione, una filosofia, un’identità – e una lingua.

In Brasile, il pallone – bola, che è femminile, diversamente dal maschile tedesco Fußball – è qualcosa da custodire e accudire preziosamente. La cosa peggiore che si possa fare è pisar na bola, calpestare la palla. In quel caso puoi anche pendurar as chuteiras, appendere le scarpe da gioco, e tirar o time de campo, levare la squadra dal campo e abbandonare la partita perché ogni speranza è persa. Se le cose vanno in modo disastroso puoi aver subito un maracanaço – una parola che si riferisce alla sconfitta del Brasile da parte dell’Uruguay nello stadio di Maracanã, nella finale dei Mondiali del 1950, ancora oggi un trauma collettivo per i brasiliani.

Ma torniamo alle espressioni più positive. La parola golaço ad esempio non è riservata solo ai gol più spettacolari: si può usare per qualsiasi impresa straordinaria, come ad esempio conquistare un cliente con una fantastica presentazione in Powerpoint. È importante fare una buona impressione nel vestir a camisa (indossare la maglia della squadra) quando si rappresenta la propria azienda. E se poi si finisce per accaparrarsi per sé il cliente e avviare la propria impresa, be’, tutti ogni tanto abbiamo bisogno di un po’ di sano egoismo – come nel prendere un calcio d’angolo e convertirlo in un gol di testa, bater o escanteio e cabecear a bola. Dopo tutto è anche quello un pontapé inícial (calcio d’inizio), un nuovo inizio.

Tempi supplementari

Nessuno vuole che la propria squadra sia nella “posizione lanterna”’, estar na lanterna – ultima in classifica.

Tutti vogliono “mangiare la palla”, comer a bola – giocare benissimo.

Nessun portiere vuole “prendersi un tacchino”, levar um peru – fare un errore madornale.

Ora che avete qualche conoscenza dello slang, provate il nostro quiz sulle espressioni del gergo calcistico brasiliano!

 

Photo 1: ‘World Cup football – Soccer ball with flags of different countries’ ©iStock.com / andresr

Photo 2: Charles Miller & Oscar Alfredo Cox | CC0 1.0

Photo 3 ‘Maracana Stadium’ ©iStock.com / CelsoDiniz

 

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Quali sono i veri motivi che ci spingono ad imparare una nuova lingua?

Posted on June 18, 2014 by

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Se state imparando una lingua, pensate per un attimo a cosa rispondereste a una semplice domanda: perché lo fate?

È una domanda che di recente è stata posta in termini economici. Il tutto è iniziato con la pubblicazione di un podcast su Freakonomics che metteva in discussione i vantaggi finanziari di imparare una lingua straniera. Sul blog “Prospero” dell’Economist, Robert Lane Greene ha replicato facendo notare che le cifre in realtà erano superiori alle stime fornite e variavano molto a seconda della lingua.

È un aspetto di cui vale la pena parlare, anche se è un po’ triste ridurre la bellezza (e l’utilità non quantificabile in cifre) di imparare le lingue a una questione economica di ritorno sull’investimento.

Quanto è decisivo questo fattore? E più specificamente, per quali fasce d’età e nazionalità? Quali sono i motivi principali che spingono le persone a voler imparare una lingua straniera?

Sono domande che qui a Babbel ci interessano molto, così qualche tempo abbiamo deciso di proporle ai nostri utenti.

Ed ecco i risultati del nostro sondaggio. A partecipare al nostro sondaggio sono stati più di 5.000 utenti Babbel da sei Paesi diversi: Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Italia e Stati Uniti. Abbiamo chiesto loroi quali motivazioni avevano per imparare una lingua e quali schemi di apprendimento seguivano, dopodiché abbiamo analizzato i risultati per età e Paese.

 

Viaggi, interesse per la lingua e allenamento mentale

Nel rispondere alla domanda sul perché avevano scelto di imparare una lingua, i partecipanti al sondaggio potevano selezionare fino a tre motivi. Le risposte più comuni, “per comunicare meglio quando viaggio” (26%) e “per interesse verso la lingua” (22%), non sono certo sorprendenti.

Ma la terza risposta più frequente, “per tenere allenato il cervello” (17%), indica quanto rapidamente stia cambiando la percezione dello studio delle lingue.

I continui progressi tecnologici nel campo delle neuroscienze hanno portato a una serie di studi con risultati molto positivi sull’apprendimento linguistico, che dimostrano quanto sia utile per aumentare le funzioni cognitive, rallentare l’invecchiamento cerebrale e ritardare la demenza senile. Una conseguenza di questo trend è stata la nascita di nuove imprese basate proprio sul concetto di “allenamento cognitivo”, come Lumosity e Fit Brains, che promuovono i benefici per la salute dell’apprendimento linguistico e dell’allenamento mentale.

Lo studio delle lingue è sempre più spesso considerato come un vero e proprio strumento diretto di miglioramento personale cognitivo.

L’età, ovviamente, è una variabile cruciale in questo senso: più del 30% delle persone sopra i 70 anni considera lo studio di una lingua un modo per tenere allenato il cervello, mentre solo il 5% dei partecipanti con meno di 18 anni la vede nello stesso modo.

 

Disciplina francese, rilassatezza tedesca

Contrariamente alla maggior parte degli stereotipi sull’efficienza dei tedeschi e la pigrizia dei francesi, il 60% degli utenti francesi studia “con un ritmo fisso”, rispetto al 38% degli utenti tedeschi. I francesi sono in testa anche quando si parla di esercizio quotidiano (23%).

Si direbbe che questo risultato sia da riportarsi all’influenza del sistema scolastico francese, con la sua enfasi su disciplina rigida e lezioni regolari. È una teoria che trova riscontro in un dato aneddotico decisamente simpatico: una rilevante quantità di utenti francesi ci scrive chiedendo scusa perché non segue le lezioni da un po’.

 

Tiriamo le somme

Quindi, quante persone sono effettivamente motivate a imparare una lingua per poterne trarre vantaggi finanziari, anche indiretti?

Si presume sia questa la motivazione di chi ha risposto “per cercare un nuovo lavoro”. A essere generosi potremmo includere anche chi ha detto di farlo “per il lavoro”, ossia per aumentare le possibilità di promozione o di nuove posizioni lavorative.

Se combiamo le due risposte troveremo gli utenti italiani in cima alla lista (18%), seguiti da quelli tedeschi (12%) e francesi (10%).  Gli utenti statunitensi sono in coda con un 5%, avendo fornito altre risposte

Val la pena di notare che tra gli utenti di Babbel “comunicare meglio quando viaggio”, “per interesse verso la lingua” e “per tenere allenato il cervello” sono fattori di motivazione molto più diffusi rispetto al lavoro.

 

 

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Quiz: espressioni del gergo calcistico brasiliano

Posted on June 12, 2014 by

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Footballquiz_crops-15

Siete esperti in materia di calcio? Ve ne intendete di moduli e formazioni? Conoscete la differenza tra un terzino e un mediano? Sapete come l’Ungheria ha rivoluzionato la tattica di gioco negli anni ‘50?

No? Be’, neanche noi. 

Partecipate all nostro quiz e scoprirete alcune vivaci e colorite espressioni del gergo brasiliano sul calcio – potrete usarle per far colpo sui vostri amici durante le partite dei Mondiali!

 

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Suggerimenti degli utenti: come memorizzare nuovi vocaboli

Posted on June 4, 2014 by

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Vi abbiamo chiesto di scriverci i vostri metodi preferiti per memorizzare il vocabolario e ci avete mandato ottimi suggerimenti. Alcuni sono dei classici e altri sono un po’ più bizzarri. Quali di questi metodi usate e che altro aggiungereste? Ditecelo nei commenti!

 

1. Fare attività fisica mentre ripeto le parole – Joseph

Questo è un metodo dall’efficacia dimostrata: uno studio del 2010 ha esaminato un campione di persone che facevano attività come andare in bicicletta mentre imparavano nuovi vocaboli e ha concluso che “l’attività fisica simultanea durante l’apprendimento lessicale facilita la memorizzazione di elementi nuovi”.

 

2. Cantare le parole imparate (tradotto dal francese) – David (e Charlie)

Cantare è un ottimo modo di imparare parole nuove ed è estremamente utile per studiare le lingue in generale – leggetevi su questo tema il post di Benny Lewis, con tanto di karaoke.  Alcuni ricercatori dell’Università di Edinburgo hanno dimostrato che gli adulti che cantano parole o frasi in una lingua straniera raddoppiano la loro abilità di ricordarle e ripeterle successivamente.

 

3. Scrivere le parole su schede di carta e usarle per studiare ovunque possibile – Stefan (e Milène)

Usare le schede per imparare nuovi vocaboli è una tecnica diffusa e comprovata. Alcuni preferiscono le schede con un’immagine su un lato e una parola sull’altro, mentre altri preferiscono scrivere la parola nuova a fronte con brevi descrizioni o traduzioni sul retro. Un vantaggio di questo metodo è che si possono usare le schede in modi sempre diversi, per giochi di memoria o di abbinamento tra le parole, oppure organizzandole in categorie o combinandole tra loro per creare frasi complete, e molto altro.

 

4. Usare la parola in una frase o conversazione immaginaria (sì, a volte faccio conversazione tra me e me in una lingua straniera) – Chris (e Zelu)

Non fatevi bloccare dall’imbarazzo! Anche uno dei nostri poliglotti di casa Babbel, Matthew Youlden, usa questa tecnica.

 

5. Guardo sempre i film in versione originale con i sottotitoli nella lingua originale; quando trovo una parola che non conosco, la scrivo su un foglio e cerco il significato. Poi riguardo il film con tutte le parole tradotte. Funziona – Claudio

Un’ottima dritta per gli appassionati di cinema. Forse un metodo che richiede più tempo, ma se vi piacciono sia le lingue che i film, che cosa c’è di più appagante del godersi Almodovar o Bergman in originale?

 

6. Giocare con videogiochi nella lingua che sto imparando (tradotto dal francese) – Julius

Fantastico consiglio. I videogiochi riutilizzano e riciclano costantemente le parole. Anzi, è strano che si dedichi così poca attenzione all’efficacia dei videogiochi come strumento per imparare le lingue: con la nascita dei giochi multiplayer online e la possibilità di modificare la regione nelle impostazioni, sarebbe anche ora che questo approccio venisse preso sul serio. I giochi spesso creano situazioni autentiche che richiedono un’azione reale e immediata – non c’è tempo di consultare il dizionario quando un esercito di orchi ti sta per attaccare.

 

Infine, un ringraziamento speciale a Lavinia, Iyes e Nicole, che come metodo preferito per memorizzare nuovi vocaboli hanno consigliato… Babbel!  Grazie a tutti quelli che hanno contribuito su Facebook. Per chi non l’avesse ancora fatto, mandateci pure i vostri suggerimenti nei commenti qui sotto.

 

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Perché la grammatica (e i broccoli) ti fanno bene

Posted on May 27, 2014 by

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Questo mese Babbel dedica particolare attenzione alla grammatica con una serie di corsi ricchi di benefici. Abbiamo inoltre nuovi corsi di pronuncia, di approfondimento e sui falsi amici.

 

Poveri broccoli, la casta degli intoccabili nel mondo degli ortaggi. Sono ricchi di benefici per la salute e pare siano addirittura il cibo preferito del presidente americano Obama, eppure sono ancora disprezzati dai bambini di tutto il mondo e da non pochi adulti.

Un po’ come la grammatica, appunto, che per molti è stata un tormento negli anni della scuola: il ricordo degli interminabili esercizi di coniugazione dei verbi, con libri di testo più pesanti dell’elenco telefonico, ci ha lasciato un retrogusto amaro che non ci fa venire una gran voglia di masticare di nuovo regole ed eccezioni.

Ma la grammatica non deve per forza essere così poco appetibile! Il trucco sta nel servirla nel modo giusto. Presa in porzioni piccole e facilmente assimilabili, la grammatica può essere una cosa fantastica: ci spiega cosa si dice o non si dice in una lingua, come esprimerci e cosa evitare, dandoci così le basi necessarie per parlare e scrivere bene. Oltre a fornirci gli strumenti per comprendere e creare il linguaggio, per di più, ci può anche aiutare a capire meglio certi aspetti di altre culture, ad esempio perché i popoli che parlano lingue “senza tempo futuro”, come i cinesi, tendono a essere più propensi al risparmio.

Questo mese, il buffet di Babbel si arricchisce di deliziosi corsi appena sfornati, con una variegata selezione di grammatica e pronuncia e una gustosa serie sui falsi amici per dessert.

 

Per gli utenti di lingua italiana: grammatica francese, falsi amici in francese

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7 motivi per cui amiamo le liste, anche se ci stanno distruggendo il cervello

Posted on May 22, 2014 by

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Ci piacciono le liste perché non vogliamo morire.

- Umberto Eco, Vertigine della lista

 

La loro popolarità su internet continua a crescere, soprattutto nel mondo anglofono, tant’è che in inglese è stato coniato un nuovo termine per definire questo tipo di contenuti: sono i “listicle”, gli articoli scritti in forma di lista. Vi sarà già capitato di vederne più di uno, magari con titoli come “11 cose da non dire mai a un uomo decapitato da una lastra di vetro” o “25 lesbiche che somigliano a Justin Bieber” (no, fermi lì, non scappate via adesso!).

A seconda del vostro senso dell’umorismo, vi faranno ridere oppure vi daranno solo l’ennesima conferma del declino inesorabile del genere umano. Hanno fatto il successo di siti web come Buzzfeed e Listverse, ma ormai si trovano anche nei quotidiani e inevitabilmente hanno attirato le critiche di chi non sopporta più questa tendenza.

Le liste sono l’espressione testuale più pura dello stato costante di distrazione delle nostre menti moderne. E allora forse val la pena di porsi una domanda: che effetti stanno avendo sul nostro cervello?

(more…)

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Pronti e via: la storia delle bici di Babbel

Posted on May 14, 2014 by

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Gregory Simon nel suo habitat naturale – Foto di James Lane per Babbel.com

Un mercoledì mattina di marzo, in una bella giornata di sole, Gregory Simon si stava preparando per andare al lavoro. Doccia, vestiti e una tazza di caffè al volo prima di uscire di casa. Due ore dopo, arrivava in ufficio con l’aria piuttosto sconvolta, esclamando: “Mi hanno appena fregato la bici!”

Gregory gira da sempre in bicicletta, fin da quando pedalava su e giù per le colline nelle Alpi francesi intorno ad Annecy, dove è cresciuto. Da quando vive a Berlino, ha sempre usato la bici per andare al lavoro, preferendo sfidare anche il tempo più inclemente piuttosto che restare intrappolato nel traffico in auto. Era molto affezionato alla sua bicicletta.

Chiunque abbia subito un furto di bicicletta sa bene quanto sia un’esperienza frustrante, ma nel caso di Gregory il tempismo dei ladri è stato perfetto: proprio quel giorno infatti da Babbel era appena partito l’ordine per più di 70 nuovissime biciclette aziendali.

Dall’idea all’assemblaggio: Michael Grünke di whitebox al lavoro sul prototipo. Foto di whitebox

In un’epoca sempre più attenta alla sostenibilità ambientale, fornire biciclette ai dipendenti potrebbe sembrare un’idea ovvia, ma solo poche aziende lo fanno.

“Abbiamo voluto dare ai nostri dipendenti una bici di ottima qualità, che fosse un piacere da usare ogni giorno”, spiega Markus Witte, CEO di Babbel. “Berlino è una città ideale per muoversi in bicicletta e questa iniziativa è anche in linea con la nostra filosofia aziendale: vogliamo incoraggiare i dipendenti a mantenere uno stile di vita sano”.

Con ben 620 km di piste ciclabili a disposizione, a Berlino ogni giorno circa mezzo milione di persone si sposta in bicicletta: una cifra che rappresenta più del 13% di tutto il traffico urbano.

Da appassionato delle due ruote, Markus ha lavorato insieme con l’agenzia di design whitebox per sviluppare una bici pensata principalmente per il tragitto quotidiano casa-lavoro, ma adatta anche per escursioni più lunghe.

“Costruire una bicicletta è un progetto impegnativo che presenta varie sfide”, spiega la designer Maya de Silva. “Bisogna prendere in considerazione sia il punto di vista di chi dovrà usarla, sia quello di chi osserva. Quanto devono essere grandi le varie parti per essere ben visibili anche da lontano?  È stato un lavoro davvero nuovo per noi.”

I modelli per le bici da uomo e da donna. Immagine fornita da whitebox

“Markus ci ha dato carta bianca. Certo, la visibilità del marchio era un elemento importante, ma è stato molto aperto e disponibile ad accogliere le nostre proposte di design. La prima fase è stata scegliere il tipo di bicicletta: abbiamo fatto ricerche per trovare il produttore giusto e per decidere se volevamo una bici con telaio in alluminio o in acciaio”. Alla fine la scelta è caduta su un telaio leggero di alluminio, il Müsing Twinroad, con un cambio interno Shimano Alfine a 8 velocità.

Ognuno ha potuto poi specificare le dimensioni e il tipo di telaio desiderato, oltre che lo stile del manubrio, curvo o dritto.

Le biciclette sono prodotte su misura in Germania. La manutenzione è gratuita, con un tecnico disponibile ogni due settimane presso gli uffici di Babbel, per garantire sia alle bici sia ai loro nuovi proprietari vita lunga e felice.

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Perché gli italiani parlano con le mani (e gli scandinavi no)

Posted on May 7, 2014 by

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Photo by Haraldo Ferrary / CC 2.0

 

When the moon hits your eye like a big pizza pie

That’s amore…

 

Che sia per amore, collera o passione, gli italiani hanno la fama di esprimersi a gesti e con il linguaggio del corpo, come se le emozioni che si agitano nel loro animo non si potessero esprimere solo a parole, ma richiedessero anche un dito accusatorio, o mani rivolte al cielo, o un pugno chiuso da scuotere.

Gli scandinavi al contrario hanno tutt’altra fama. Secondo gli stereotipi tradizionali, i popoli nordici sono più razionali e riservati. Il che non vuol dire che non provino emozioni estreme, solo che sono meno propensi a esprimerle fisicamente.

Certo, questi sono cliché culturali, anche se non si può negare che gli italiani tendono a usare le mani per esprimersi. Ma se ci fosse un imperativo biologico alla base di tutto questo? Se i gesti contribuissero in realtà allo sviluppo del cervello? Se ci fosse un collegamento tra come usiamo le mani e come risolviamo i problemi?

 

La passionalità dei popoli del sud e la riservatezza dei nordici

Cominciamo con l’esaminare alcuni di questi stereotipi. L’idea che i paesi più a sud siano più caldi, sia in termini meteorologici che di temperamento, è raramente messa in discussione, ma è una premessa difficile da valutare.

Se accettiamo che abbia un fondo di verità, perché allora alcune lingue germaniche sono più cerebrali mentre le lingue romanze sono, be’, più romantiche? Fa più freddo in Norvegia quindi la gente si tiene le mani in tasca? La complessità grammaticale del tedesco e delle lingue della stessa famiglia favoriscono forse una visione più analitica del mondo?

È la classica domanda dell’uovo e della gallina, applicata alla lingua e alla cultura: quale delle due viene prima? Non c’è una risposta univoca. La scienza tuttavia ci sta fornendo sempre più prove che il rapporto tra gesti e linguaggio è di importanza cruciale per lo sviluppo del cervello umano.

 

Anche i pesci parlano?

Uno studio dell’anno scorso ha dimostrato che esiste una chiara connessione tra i circuiti cerebrali responsabili della vocalizzazione e quelli che controllano i movimenti e i gesti in una certa parte del cervello di una specie di pesce, in pratica un collegamento tra i suoni emessi da quei pesci e come usano le pinne.

Il professor Andrew Bass, che ha condotto lo studio alla Cornell University, è convinto che sia tutto parte della “storia più vasta dell’evoluzione del linguaggio”.

Intanto, all’Università Pompeu Fabra di Barcellona, due ricercatori stavano studiando i gesti dei neonati nel periodo che va dai primi balbettii fino al momento in cui iniziano a produrre vere e proprie parole. Secondo la ricerca, pubblicata nel febbraio 2014, i bambini sanno coordinare l’espressione vocale e i gesti prima ancora di iniziare a parlare.

“Lo studio del linguaggio e della comunicazione umana non può essere condotto solo con l’analisi del parlato”, ha spiegato Núria Esteve Gibert, una dei ricercatori, all’agenzia di stampa scientifica del governo spagnolo SINC. Il gesto più comune che fanno i neonati? Puntare il dito.

Alcuni ricercatori della San Francisco State University sono andati oltre, esaminando il collegamento tra i gesti e la soluzione dei problemi. Hanno così scoperto che i bambini che usano i gesti più spesso nella vita quotidiana sanno svolgere meglio certe attività. È un principio che si applica a ogni età, secondo Patricia Miller, professoressa di psicologia tra gli autori dello studio: “Anche noi adulti a volte gesticoliamo quando stiamo facendo attività come organizzare le bollette o sistemare i cassetti. Quando le nostre menti sono sovraccariche, scarichiamo sulle mani un po’ del peso dei processi cognitivi”.

 

Verso una teoria dell’apprendimento “incorporato”

Tutto questo ha implicazioni importanti per il modo in cui impariamo le lingue. Va a sostegno dell’idea che l’apprendimento sia un’attività “incorporata”, qualcosa che richiede una complessa interazione tra cervello e corpo. I gesti non sono situati solo nel corpo, così come i pensieri non si manifestano solo nel cervello. (Per una dimostrazione di questa idea, provate a pensare a qualcuno che amate o odiate intensamente e osservate cosa fa il vostro corpo).

Questa concezione dell’apprendimento linguistico ha dato origine al Total Physical Response (risposta fisica totale), un metodo per insegnare le lingue con gesti e movimenti corporei.

Non vale solo per i bambini: anche gli adulti che stanno imparando una nuova lingua spesso fanno inconsciamente qualcosa di simile – alla memoria piace avere associazioni fisiche. Alcuni preferiscono usare i movimenti delle mani per esercitarsi sui toni in lingue come il vietnamita o il cinese mandarino.

Certo, questo non basta a spiegare perché gli italiani amano gesticolare mentre parlano, ma forse potremmo anche dire che sanno già da sempre quello che la scienza sta solo iniziando a comprendere: esprimersi con i gesti è un ottimo modo di dare una mano (letteralmente!) al nostro cervello.

 

‘Sea Robin’ photo by Jojoe.photography / CC 2.0

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