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Learning and language

C’è un nesso tra i sogni e l’apprendimento delle lingue?

Posted on July 9, 2014 by

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sogni

Vi siete mai chiesti quale sia il legame tra sognare e imparare le lingue?

Vi è già capitato di sognare in una lingua straniera? In genere è considerato un segno che avete raggiunto un buon livello di padronanza. Negli anni ‘80, lo psicologo canadese Joseph De Koninck osservò che gli studenti di francese che iniziavano prima a sognare in francese facevano progressi decisamente più rapidi. Sorge la domanda: imparavano più in fretta perché sognavano in lingua, o sognavano in lingua perché imparavano più in fretta?

Psicologi e neuroscienziati si sono finora cimentati in varie ricerche sul rapporto tra sogni e apprendimento linguistico, ma è difficile definire con precisione cosa succede mentre si sogna. Alcuni dicono di parlare bene nei sogni una lingua che nella vita reale conoscono appena. I sognatori sono testimoni inattendibili.

L’inconscio è capace di cose straordinarie, come nel caso della paziente che aveva completamente dimenticato la sua lingua madre al risveglio dal coma, e parlava solo tedesco. Forse mentre impariamo una nuova lingua, il cervello è così impegnato a immagazzinare le nuove informazioni che la coscienza non riesce ad assorbirle tutte insieme, ed è il nostro inconscio a farle poi emergere mentre dormiamo. O forse no? Si tratta di ipotesi difficili da dimostrare.

Se il vero fine dei sogni sia psicologico o fisiologico è una questione molto discussa. Le ipotesi più comuni sul perché sogniamo sono varie: potrebbe essere un modo di risolvere i problemi, elaborare informazioni o sbarazzarsi di quello che al nostro cervello, al momento, non serve.

 

Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.

– William Shakespeare, La tempesta

 

In parte proprio perché la scienza ha difficoltà a spiegarli, i sogni mantengono un alone di mistero, svolgendo un ruolo importante anche a livello culturale: basti pensare agli sciamani che guariscono le persone o prevedono il futuro e al continuo fascino del misticismo della New Age.

Forse sognare in un’altra lingua è un’espressione del nostro desiderio di appartenenza, di sentire come “nostra” una lingua straniera. Che lo si consideri o meno un momento decisivo per i progressi raggiunti, di certo è un forte segnale di consapevolezza e impegno nello studio della nuova lingua.

 

Sogni potenziati

sogni

Allora sono forse efficaci anche quelle tecniche di memorizzazione nel sonno (ipnopedia), basate sull’ascolto di registrazioni mentre si dorme?

La risposta in breve è: no. L’ipnopedia è stata completamente screditata dalla ricerca. “Disturbare i ritmi del sonno in questo modo presuppone che il cervello sia attivo per l’ascolto, impedendo così il tipo di sonno profondo che è in realtà molto importante per la mente”, spiega Florence Cardinal della National Sleep Foundation canadese, che raccomanda piuttosto di ripassare i materiali di studio più volte prima di andare a dormire, lasciando che il cervello faccia il suo lavoro nel sonno.

Se una persona in media dorme 8 ore per notte per 75 anni, accumula un totale di 220.000 ore di sonno. E se tutto quel tempo si potesse utilizzare attivamente?

Benvenuti al mondo dei “sogni lucidi”, quando sai di star sognando e riesci a controllare i tuoi sogni. Almeno quella è la tesi controversa proposta dallo psichiatra olandese Frederik van Eeden, dalla quale nasce di tutto un mercato di consigli per “esplorare il tuo mondo onirico, realizzare ogni fantasia e accedere al tuo enorme potenziale creativo” – a pagamento.

Ci sono comunque credenziali scientifiche alla base dei suoi ragionamenti. Il parapsicologo britannico Keith Hearne ha dimostrato negli anni ‘70 che chi si trova in uno stato di sogno lucido riesce a fare movimenti oculari volontari; altri studi del ricercatore Stephen LaBerge dell’Università di Stanford hanno dimostrato che l’attività cerebrale durante il sogno lucido è diversa da quella dei sogni “normali”. Per gli scettici, i sogni lucidi sarebbero in realtà più simili a uno stato meditativo che una vera e propria fase del sonno.

I sognatori lucidi ammettono che non è un metodo per imparare nei sogni nuove informazioni, come parole mai sentite. Si può però decidere coscientemente di ripassare il vocabolario, esercitarsi sui verbi, o intrattenere una conversazione con una persona immaginaria in una lingua diversa dalla propria.

Insomma, è un po’ come avere a disposizione il review manager di Babbel mentre si dorme!

E per una scossa di vita in più, perché non fare un salto a trovare Jan Born all’Università di Tübingen? La sua scoperta: stimolare il cervello durante il sonno con una debole corrente elettrica aumenta la capacità di memorizzazione dell’8%. Non provateci a casa.

In che lingue sognate? Siete sognatori lucidi? Raccontateci le vostre esperienze nei commenti qui sotto!

 

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Il gergo del calcio brasiliano: un fiore locale sbocciato da radici inglesi

Posted on July 4, 2014 by

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Brazilian football language

Con i Mondiali avviati a pieno ritmo, le espressioni più colorite del gergo calcistico brasiliano come ‘jogo bonito!’ e ‘golaço!’ hanno ormai superato ogni confine per entrare a far parte del vocabolario di ogni appassionato di calcio, a testimonianza della vivacità della cultura calcistica brasiliana e del suo impatto internazionale.

Eppure, se torniamo indietro nel tempo di appena un secolo, all’epoca delle origini del calcio brasiliano, dobbiamo riconoscere l’influsso di un’altra nazione ben più piccola e vincitrice di un solo titolo di Campioni del Mondo (rispetto ai cinque del Brasile): l’Inghilterra.

Due palloni, una pompa a mano e un regolamento

Brazilian football language

Furono due uomini in particolare a svolgere un ruolo determinante nel portare il calcio in Brasile.

Charles Miller, nato a San Paolo da padre scozzese e madre brasiliana di origini inglesi, fu mandato a studiare a Southampton, in Inghilterra, dove imparò anche a giocare a cricket e a calcio. Quando tornò in Brasile si portò dietro due palloni, una pompa a mano e il regolamento di gioco.

Nella sua biografia di Miller, l’autore John Mills cita le parole di un giornalista di San Paolo, che descriveva in tono perplesso l’abitudine degli sportivi inglesi di radunarsi nei fine settimana “per passarsi a calci qualcosa che assomiglia a una vescica di bue, derivandone grande soddisfazione, alternata a momenti di scontento quando questa sorta di vescica giallastra finiva in un rettangolo formato da dei pali”.

Miller ebbe un ruolo fondamentale nella fondazione del São Paulo Athletic Club, giocando egli stesso nella prima squadra, ovviamente nel ruolo di attaccante.

Nel frattempo, anche il giovane rampollo di una ricca famiglia anglo-brasiliana, Oscar Alfredo Cox, stava scoprendo le gioie del calcio durante i suoi studi in Svizzera. Una volta tornato in Brasile, organizzò la prima partita a Rio de Janeiro, nel settembre 1901. Si era intanto sparsa la voce di quanto stava facendo Miller a San Paolo, così Cox partì per il sud con un gruppo di amici e i due finalmente si incontrarono sul campo da gioco. Si sfidarono due volte: entrambe le partite finirono in pareggio. Un anno dopo, a soli 22 anni, Cox fondò la sua squadra, il Fluminense Football Club.

L’eco dell’inglese si sente ancora oggi nelle parole del gergo calcistico brasiliano: il terzino centrale, in inglese “centre-back”, è a volte chiamato anche beque; un giocatore davvero bravo è un craque, dall’inglese “crack” (nel suo significato di “fuoriclasse”); bisogna chutar (da “shoot”, tirare) il pallone per fare gol, e se ne fai abbastanza, la tua time (da “team”, squadra) porterà a casa il troféu (in inglese “trophy”, trofeo).

Il calcio come passione nazionale

Brazilian football language

Nel 1919, come nota lo scrittore David Goldblatt nel suo “Libro completo sul calcio” (in originale: “The Ball is Round: A Global History of Football”), il derby locale tra le squadre di Rio attirò 18.000 spettatori, con altre 5.000 persone rimaste fuori dallo stadio senza biglietti.

Perché il calcio ha avuto un’ascesa così fulminante in Brasile?

L’accessibilità di sicuro è stato un fattore. Tutto quello che serviva era uno spazio pianeggiante (e a volte nemmeno quello) e un pallone, senza attrezzature speciali. Eppure non basta questo a spiegarne la rapida diffusione: basta pensare all’India e alla Cina, nazioni di dimensioni paragonabili che non hanno però adottato il calcio con lo stesso entusiasmo del Brasile, dove è invece diventato una religione, una filosofia, un’identità – e una lingua.

In Brasile, il pallone – bola, che è femminile, diversamente dal maschile tedesco Fußball – è qualcosa da custodire e accudire preziosamente. La cosa peggiore che si possa fare è pisar na bola, calpestare la palla. In quel caso puoi anche pendurar as chuteiras, appendere le scarpe da gioco, e tirar o time de campo, levare la squadra dal campo e abbandonare la partita perché ogni speranza è persa. Se le cose vanno in modo disastroso puoi aver subito un maracanaço – una parola che si riferisce alla sconfitta del Brasile da parte dell’Uruguay nello stadio di Maracanã, nella finale dei Mondiali del 1950, ancora oggi un trauma collettivo per i brasiliani.

Ma torniamo alle espressioni più positive. La parola golaço ad esempio non è riservata solo ai gol più spettacolari: si può usare per qualsiasi impresa straordinaria, come ad esempio conquistare un cliente con una fantastica presentazione in Powerpoint. È importante fare una buona impressione nel vestir a camisa (indossare la maglia della squadra) quando si rappresenta la propria azienda. E se poi si finisce per accaparrarsi per sé il cliente e avviare la propria impresa, be’, tutti ogni tanto abbiamo bisogno di un po’ di sano egoismo – come nel prendere un calcio d’angolo e convertirlo in un gol di testa, bater o escanteio e cabecear a bola. Dopo tutto è anche quello un pontapé inícial (calcio d’inizio), un nuovo inizio.

Tempi supplementari

Nessuno vuole che la propria squadra sia nella “posizione lanterna”’, estar na lanterna – ultima in classifica.

Tutti vogliono “mangiare la palla”, comer a bola – giocare benissimo.

Nessun portiere vuole “prendersi un tacchino”, levar um peru – fare un errore madornale.

Ora che avete qualche conoscenza dello slang, provate il nostro quiz sulle espressioni del gergo calcistico brasiliano!

 

Photo 1: ‘World Cup football – Soccer ball with flags of different countries’ ©iStock.com / andresr

Photo 2: Charles Miller & Oscar Alfredo Cox | CC0 1.0

Photo 3 ‘Maracana Stadium’ ©iStock.com / CelsoDiniz

 

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Quiz: espressioni del gergo calcistico brasiliano

Posted on June 12, 2014 by

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Footballquiz_crops-15

Siete esperti in materia di calcio? Ve ne intendete di moduli e formazioni? Conoscete la differenza tra un terzino e un mediano? Sapete come l’Ungheria ha rivoluzionato la tattica di gioco negli anni ‘50?

No? Be’, neanche noi. 

Partecipate all nostro quiz e scoprirete alcune vivaci e colorite espressioni del gergo brasiliano sul calcio – potrete usarle per far colpo sui vostri amici durante le partite dei Mondiali!

 

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Suggerimenti degli utenti: come memorizzare nuovi vocaboli

Posted on June 4, 2014 by

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Vi abbiamo chiesto di scriverci i vostri metodi preferiti per memorizzare il vocabolario e ci avete mandato ottimi suggerimenti. Alcuni sono dei classici e altri sono un po’ più bizzarri. Quali di questi metodi usate e che altro aggiungereste? Ditecelo nei commenti!

 

1. Fare attività fisica mentre ripeto le parole – Joseph

Questo è un metodo dall’efficacia dimostrata: uno studio del 2010 ha esaminato un campione di persone che facevano attività come andare in bicicletta mentre imparavano nuovi vocaboli e ha concluso che “l’attività fisica simultanea durante l’apprendimento lessicale facilita la memorizzazione di elementi nuovi”.

 

2. Cantare le parole imparate (tradotto dal francese) – David (e Charlie)

Cantare è un ottimo modo di imparare parole nuove ed è estremamente utile per studiare le lingue in generale – leggetevi su questo tema il post di Benny Lewis, con tanto di karaoke.  Alcuni ricercatori dell’Università di Edinburgo hanno dimostrato che gli adulti che cantano parole o frasi in una lingua straniera raddoppiano la loro abilità di ricordarle e ripeterle successivamente.

 

3. Scrivere le parole su schede di carta e usarle per studiare ovunque possibile – Stefan (e Milène)

Usare le schede per imparare nuovi vocaboli è una tecnica diffusa e comprovata. Alcuni preferiscono le schede con un’immagine su un lato e una parola sull’altro, mentre altri preferiscono scrivere la parola nuova a fronte con brevi descrizioni o traduzioni sul retro. Un vantaggio di questo metodo è che si possono usare le schede in modi sempre diversi, per giochi di memoria o di abbinamento tra le parole, oppure organizzandole in categorie o combinandole tra loro per creare frasi complete, e molto altro.

 

4. Usare la parola in una frase o conversazione immaginaria (sì, a volte faccio conversazione tra me e me in una lingua straniera) – Chris (e Zelu)

Non fatevi bloccare dall’imbarazzo! Anche uno dei nostri poliglotti di casa Babbel, Matthew Youlden, usa questa tecnica.

 

5. Guardo sempre i film in versione originale con i sottotitoli nella lingua originale; quando trovo una parola che non conosco, la scrivo su un foglio e cerco il significato. Poi riguardo il film con tutte le parole tradotte. Funziona – Claudio

Un’ottima dritta per gli appassionati di cinema. Forse un metodo che richiede più tempo, ma se vi piacciono sia le lingue che i film, che cosa c’è di più appagante del godersi Almodovar o Bergman in originale?

 

6. Giocare con videogiochi nella lingua che sto imparando (tradotto dal francese) – Julius

Fantastico consiglio. I videogiochi riutilizzano e riciclano costantemente le parole. Anzi, è strano che si dedichi così poca attenzione all’efficacia dei videogiochi come strumento per imparare le lingue: con la nascita dei giochi multiplayer online e la possibilità di modificare la regione nelle impostazioni, sarebbe anche ora che questo approccio venisse preso sul serio. I giochi spesso creano situazioni autentiche che richiedono un’azione reale e immediata – non c’è tempo di consultare il dizionario quando un esercito di orchi ti sta per attaccare.

 

Infine, un ringraziamento speciale a Lavinia, Iyes e Nicole, che come metodo preferito per memorizzare nuovi vocaboli hanno consigliato… Babbel!  Grazie a tutti quelli che hanno contribuito su Facebook. Per chi non l’avesse ancora fatto, mandateci pure i vostri suggerimenti nei commenti qui sotto.

 

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7 motivi per cui amiamo le liste, anche se ci stanno distruggendo il cervello

Posted on May 22, 2014 by

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Ci piacciono le liste perché non vogliamo morire.

- Umberto Eco, Vertigine della lista

 

La loro popolarità su internet continua a crescere, soprattutto nel mondo anglofono, tant’è che in inglese è stato coniato un nuovo termine per definire questo tipo di contenuti: sono i “listicle”, gli articoli scritti in forma di lista. Vi sarà già capitato di vederne più di uno, magari con titoli come “11 cose da non dire mai a un uomo decapitato da una lastra di vetro” o “25 lesbiche che somigliano a Justin Bieber” (no, fermi lì, non scappate via adesso!).

A seconda del vostro senso dell’umorismo, vi faranno ridere oppure vi daranno solo l’ennesima conferma del declino inesorabile del genere umano. Hanno fatto il successo di siti web come Buzzfeed e Listverse, ma ormai si trovano anche nei quotidiani e inevitabilmente hanno attirato le critiche di chi non sopporta più questa tendenza.

Le liste sono l’espressione testuale più pura dello stato costante di distrazione delle nostre menti moderne. E allora forse val la pena di porsi una domanda: che effetti stanno avendo sul nostro cervello?

(more…)

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Perché gli italiani parlano con le mani (e gli scandinavi no)

Posted on May 7, 2014 by

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Photo by Haraldo Ferrary / CC 2.0

 

When the moon hits your eye like a big pizza pie

That’s amore…

 

Che sia per amore, collera o passione, gli italiani hanno la fama di esprimersi a gesti e con il linguaggio del corpo, come se le emozioni che si agitano nel loro animo non si potessero esprimere solo a parole, ma richiedessero anche un dito accusatorio, o mani rivolte al cielo, o un pugno chiuso da scuotere.

Gli scandinavi al contrario hanno tutt’altra fama. Secondo gli stereotipi tradizionali, i popoli nordici sono più razionali e riservati. Il che non vuol dire che non provino emozioni estreme, solo che sono meno propensi a esprimerle fisicamente.

Certo, questi sono cliché culturali, anche se non si può negare che gli italiani tendono a usare le mani per esprimersi. Ma se ci fosse un imperativo biologico alla base di tutto questo? Se i gesti contribuissero in realtà allo sviluppo del cervello? Se ci fosse un collegamento tra come usiamo le mani e come risolviamo i problemi?

 

La passionalità dei popoli del sud e la riservatezza dei nordici

Cominciamo con l’esaminare alcuni di questi stereotipi. L’idea che i paesi più a sud siano più caldi, sia in termini meteorologici che di temperamento, è raramente messa in discussione, ma è una premessa difficile da valutare.

Se accettiamo che abbia un fondo di verità, perché allora alcune lingue germaniche sono più cerebrali mentre le lingue romanze sono, be’, più romantiche? Fa più freddo in Norvegia quindi la gente si tiene le mani in tasca? La complessità grammaticale del tedesco e delle lingue della stessa famiglia favoriscono forse una visione più analitica del mondo?

È la classica domanda dell’uovo e della gallina, applicata alla lingua e alla cultura: quale delle due viene prima? Non c’è una risposta univoca. La scienza tuttavia ci sta fornendo sempre più prove che il rapporto tra gesti e linguaggio è di importanza cruciale per lo sviluppo del cervello umano.

 

Anche i pesci parlano?

Uno studio dell’anno scorso ha dimostrato che esiste una chiara connessione tra i circuiti cerebrali responsabili della vocalizzazione e quelli che controllano i movimenti e i gesti in una certa parte del cervello di una specie di pesce, in pratica un collegamento tra i suoni emessi da quei pesci e come usano le pinne.

Il professor Andrew Bass, che ha condotto lo studio alla Cornell University, è convinto che sia tutto parte della “storia più vasta dell’evoluzione del linguaggio”.

Intanto, all’Università Pompeu Fabra di Barcellona, due ricercatori stavano studiando i gesti dei neonati nel periodo che va dai primi balbettii fino al momento in cui iniziano a produrre vere e proprie parole. Secondo la ricerca, pubblicata nel febbraio 2014, i bambini sanno coordinare l’espressione vocale e i gesti prima ancora di iniziare a parlare.

“Lo studio del linguaggio e della comunicazione umana non può essere condotto solo con l’analisi del parlato”, ha spiegato Núria Esteve Gibert, una dei ricercatori, all’agenzia di stampa scientifica del governo spagnolo SINC. Il gesto più comune che fanno i neonati? Puntare il dito.

Alcuni ricercatori della San Francisco State University sono andati oltre, esaminando il collegamento tra i gesti e la soluzione dei problemi. Hanno così scoperto che i bambini che usano i gesti più spesso nella vita quotidiana sanno svolgere meglio certe attività. È un principio che si applica a ogni età, secondo Patricia Miller, professoressa di psicologia tra gli autori dello studio: “Anche noi adulti a volte gesticoliamo quando stiamo facendo attività come organizzare le bollette o sistemare i cassetti. Quando le nostre menti sono sovraccariche, scarichiamo sulle mani un po’ del peso dei processi cognitivi”.

 

Verso una teoria dell’apprendimento “incorporato”

Tutto questo ha implicazioni importanti per il modo in cui impariamo le lingue. Va a sostegno dell’idea che l’apprendimento sia un’attività “incorporata”, qualcosa che richiede una complessa interazione tra cervello e corpo. I gesti non sono situati solo nel corpo, così come i pensieri non si manifestano solo nel cervello. (Per una dimostrazione di questa idea, provate a pensare a qualcuno che amate o odiate intensamente e osservate cosa fa il vostro corpo).

Questa concezione dell’apprendimento linguistico ha dato origine al Total Physical Response (risposta fisica totale), un metodo per insegnare le lingue con gesti e movimenti corporei.

Non vale solo per i bambini: anche gli adulti che stanno imparando una nuova lingua spesso fanno inconsciamente qualcosa di simile – alla memoria piace avere associazioni fisiche. Alcuni preferiscono usare i movimenti delle mani per esercitarsi sui toni in lingue come il vietnamita o il cinese mandarino.

Certo, questo non basta a spiegare perché gli italiani amano gesticolare mentre parlano, ma forse potremmo anche dire che sanno già da sempre quello che la scienza sta solo iniziando a comprendere: esprimersi con i gesti è un ottimo modo di dare una mano (letteralmente!) al nostro cervello.

 

‘Sea Robin’ photo by Jojoe.photography / CC 2.0

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Chi sono i custodi della lingua inglese?

Posted on April 25, 2014 by

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Photo by Elias Gayles / CC 2.0

Tra le persone che parlano inglese nel mondo, solo una su quattro è madrelingua. Chi decide allora cos’è “l’inglese corretto” oggi?

Gli studenti sono impazienti di usarlo, i dizionari provano a definirlo, i media pubblicano manuali di stile dettagliati per il suo uso corretto e anche i governi tentano di controllarlo. No, non stiamo parlando di una nuova ondata dell’epidemia di crack degli anni Ottanta in America, ma di una lingua: l’inglese.

Viviamo in un mondo dove possiamo divertirci a scoprire le curiose espressioni che finiscono nel dizionario di slang di Urban Dictionary, rispondiamo senza battere ciglio se un collega ci chiede di mandargli per email un file zippato, o magari ci accorgiamo guardando la serie televisiva The Wire che ci servono i sottotitoli anche se siamo madrelingua.

Eppure “l’inglese corretto” è ancora una merce pregiata – e un gran giro d’affari. Chi decide allora che cosa sia davvero?

Autorità ed evoluzione

Nel 1876, il ministro della cultura prussiano, Aadelbert Falk, invitò a Berlino i delegati da tutti i territori di lingua tedesca per partecipare alla cosiddetta “Conferenza ortografica”. La lingua tedesca fu riformata e standardizzata, un processo che continua fino ai nostri giorni, con le modifiche più recenti nel 1996.

La Francia andò oltre, fondando nel 1635 la venerabile Académie française, l’autorità definitiva in materia di lingua francese. È molto attiva anche oggi, con i suoi 40 membri (soprannominati “gli Immortali”) e un dizionario ufficiale che tenta di difendere il francese dall’invasione degli anglicismi, insistendo ad esempio sull’uso del termine autoctono courriel invece di email.

Come mai non esiste qualcosa del genere in inglese? La storia della lingua inglese non è segnata da cambiamenti sistematici e riforme ufficiali. È la storia di un enorme organismo vivente rimbalzato da un continente all’altro e plasmato dal caso, da guerre, invasioni e influssi di ogni tipo. La geografia, le differenze tra culture (e forse anche le indifferenze), l’espansione coloniale sono tutti fattori che hanno reso impossibile la creazione di un singolo istituto che detti le regole di un’unica forma corretta di inglese.

Pelle e carta

I dizionari sono sempre stati considerati i guardiani tradizionali di una lingua ufficiale. Nel caso dell’inglese britannico, questo ruolo spetta di rigore all’Oxford English Dictionary.

Il suo sistema estremamente dettagliato di citazioni, molte delle quali redatte in origine da un uomo che in realtà era detenuto in un manicomio criminale, è l’equivalente linguistico delle rocce sedimentarie ricche di fossili: pesantissimo (più di 60 kg) e difficile da penetrare, ma ricco di tesori per chi lo affronta con gli strumenti giusti e la pazienza necessaria.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, Noah Webster stava per cambiare il modo di scrivere e di parlare degli americani. A quanto pare era un tipo austero, puntiglioso e totalmente privo di senso dell’umorismo, il che probabilmente spiega perché decise di scrivere un dizionario – il dizionario che cambiò per sempre il corso dell’inglese americano. Forse uno di questi giorni gli Stati Uniti si decideranno a dare un tacito riconoscimento al suo impatto, dichiarando l’inglese la lingua ufficiale.

Per oltre un secolo questi dizionari sono stati fortezze inespugnabili, ma l’era digitale ne sta intaccando le fondamenta e mettendo in discussione l’autorità.

Quand’è stata l’ultima volta che avete usato un dizionario? Prima o dopo l’ultima volta che avete visto una linea rossa ondulata comparire sotto una parola in un documento in Microsoft Word? Probabilmente avete usato la funzione di controllo ortografico automatico, o magari siete andati a consultare un dizionario online creato da una comunità di utenti, come Wiktionary. Di certo è più veloce che andare a sfogliare tra i volumi sugli scaffali, ma quanto sono affidabili quelle fonti?

Molti studiosi di metalessicografia (una parola grandiosa da citare a una cena tra amici) hanno osservato che gli utenti spesso considerano i dizionari come i depositari della verità linguistica, piuttosto che registri dell’uso effettivo di una lingua: come autorità su come dovremmo parlare, piuttosto che indicatori di come effettivamente parliamo.

Ma se sono in tanti a usare la lingua in un certo modo, a che punto diventa “inglese corretto”?

Un flusso (letteralmente) inarrestabile

Nel 2001, David Foster Wallace osservò che la lingua americana era nel bel mezzo di una “crisi di autorità”. Oggi, l’inglese nel suo complesso è nel bel mezzo di una continua crisi di identità.

È allo stesso tempo la lingua di una superpotenza coloniale decaduta e delle sue ex colonie, la lingua di un’altra superpotenza in declino, la lingua di Hollywood, la lingua franca del business, della scienza e di Internet, la lingua standard dei viaggi internazionali e probabilmente una fonte di terrore per milioni di scolari più piccoli in tutto il mondo.

Le dimensioni contano. L’inglese si sta diffondendo in ogni angolo del pianeta, viaggiando sulle linee telefoniche e sui cavi, passando per aeroporti e hotel, a un volume e a un ritmo senza precedenti per qualsiasi altra lingua nella storia dell’umanità. È una diffusione praticamente impossibile da monitorare, tantomeno tenere sotto controllo. Le voci degli integralisti della grammatica e dell’uso corretto, che un tempo occupavano regolarmente le pagine delle lettere all’editore sui quotidiani, oggi si perdono in questo fiume in piena.

I giganti della tecnologia sono le forze principali che tengono questo flusso sotto monitoraggio e lo plasmano a loro volta. Le funzioni di testo predittivo e di controllo ortografico sono già più potenti di qualsiasi dizionario.

Non dimentichiamo un altro gruppo di guardiani tradizionali della lingua: chi insegna l’inglese, sia come madrelingua che come seconda lingua, e chi fornisce esami e certificazioni. Devono essere per forza delle autorità: il loro modello di business si basa su una definizione molto specifica di “inglese corretto”. Quando Foster Wallace insegnava nei college americani, spesso spiegava agli studenti perplessi che l’inglese standard scritto era semplicemente un dialetto dell’inglese, né più né meno corretto di qualsiasi altro suo dialetto.

L’idea che l’uso comune e il passare del tempo portino all’accettazione di nuove forme ed espressioni può essere considerata un’evoluzione democratica o un segno che il mondo sta andando a rotoli, a seconda dei punti di vista. Le “regole” dell’inglese corretto, e i guardiani che le custodiscono, sono in sostanza forze di reazione. Riusciranno a tenere il passo con la rapida evoluzione del linguaggio?

Nonostante l’insistenza sulle regole, spesso in una lingua quello che ci suona giusto lo è. Ci viene detto di continuo che per avere la padronanza di una lingua straniera serve sviluppare una sensibilità, un “orecchio” per quella lingua. “La riconosco quando la vedo”, disse notoriamente il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Potter Stewart, a proposito della pornografia.

Forse potremmo dire lo stesso del cosiddetto “inglese corretto”.

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Perché la vostra lingua madre influisce sull’apprendimento di una lingua straniera

Posted on April 3, 2014 by

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Perché per la maggior parte degli italiani è più facile imparare lo spagnolo che il tedesco – e una volta che si conosce già lo spagnolo, diventa ancora più facile imparare il francese? E come mai troviamo invece particolarmente difficili lingue come il turco o l’indonesiano?

La risposta è semplice e ha a che fare con il concetto di “famiglie linguistiche”, gruppi di lingue simili derivate dallo stesso antenato comune. Ben sei tra le lingue dei corsi che offriamo appartengono al gruppo germanico: tedesco, inglese, olandese, danese, svedese e norvegese (le ultime tre fanno parte delle lingue scandinave, che si assomigliano ancor più tra loro). La seconda famiglia principale rappresentata su Babbel è quella delle lingue romanze (o latine), a cui appartengono spagnolo, portoghese, francese e italiano.
Le lingue appartenenti alla stessa famiglia hanno molto in comune. Ad esempio, le espressioni temporali si assomigliano molto tra lingue dello stesso ceppo. Una stretta parentela linguistica si rispecchia spesso anche nella somiglianza di regole e concetti grammaticali.

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Cosa implica questo nello studio delle lingue straniere e nei corsi di Babbel?

I nuovi corsi per una lingua di studio vengono creati in tedesco e successivamente adattati alle altre sei lingue di riferimento. In questo processo di adattamento e traduzione cerchiamo solitamente di restare il più possibile vicini alla lingua di studio nella scelta e nell’utilizzo di parole e frasi. Grazie a questo accorgimento, più le lingue che già parlate assomigliano a quella che state studiando, più vi risulterà facile e veloce memorizzarne le regole grazie alle connessioni tra l’una e l’altra. Se state studiando una lingua che appartiene alla stessa famiglia della vostra lingua madre, il corso offrirà meno spiegazioni aggiuntive di quelle solitamente necessarie se steste studiando una lingua appartenente ad un’altra famiglia.

Come adattiamo i corsi di Babbel alla vostra lingua madre

Ecco un esempio: la differenza tra i verbi “pouvoir” e “savoir” per un tedesco che impara il francese non è così ovvia come per un italiano. Mentre nella lingua italiana esistono gli equivalenti “potere” e “sapere”, entrambi i verbi si traducono in tedesco con “können”. Le spiegazioni su quando utilizzare “pouvoir” (ossia, quando qualcosa è permesso o possibile) piuttosto che “savoir” (che significa più “conoscere, sapere, essere in grado di”) vengono quindi tralasciate nei corsi di francese per italiani. Ovviamente, tutti gli utenti di qualsiasi madrelingua che stanno studiando il francese dovranno comunque fare gli stessi esercizi sulle singole forme dei due verbi.Bildschirmfoto 2014-03-18 um 14.30.01

Invece di tradurre i nostri corsi di lingua dal tedesco in altre lingue dobbiamo a volte aggiungere delle spiegazioni. Ad esempio, i tedeschi sono già abituati a declinare i verbi: “ich bin, du bist, er/sie/es ist, …”. Questo implica che nel corso di francese per madrelingua tedeschi sarebbe superfluo spiegare che esiste una forma diversa del verbo per ogni pronome personale.
Per gli svedesi invece, che per tutti i pronomi personali utilizzano la stessa forma del verbo (“jag är, du är, han/hon/den/det är, …”), aggiungiamo appunto delle note specifiche, come potete vedere nell’immagine qui sotto:

Un esempio di spiegazioni aggiuntive per la coniugazione dei verbi nel corso di francese per madrelingua svedesi.
Un esempio di spiegazioni aggiuntive per la coniugazione dei verbi nel corso di francese per madrelingua svedesi.

Avete notato che anche se tedesco e francese appartengono a due famiglie linguistiche diverse, si assomigliano molto almeno da questo punto di vista? Un suggerimento: per sapere quali sono le trappole da evitare nella lingua che state studiando, provate i nostri corsi “Falsi amici”! Vi aiuteranno a non confondere più frasi e parole che sembrano simili a quelle della vostra lingua madre ma hanno in realtà tutt’altro significato.

Buon divertimento con le lingue!

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Vive la France ! e altri motivi per imparare il francese

Posted on March 24, 2014 by

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In occasione della giornata internazionale della Francofonia, celebrata oggi in ogni angolo del globo, abbiamo condotto una una piccola ricerca sulla lingua francese e ci siamo ritrovati davanti ad alcune scoperte che vogliamo assolutamente condividere con voi!

Il francese è una delle poche lingue parlate in tutto il mondo, al sesto posto in classifica dopo il cinese mandarino, l’inglese, l’hindi, lo spagnolo e l’arabo. Al momento il numero di francofoni presenti su tutti i continenti si aggira attorno ai 220 milioni.

Fuori dalla Francia, i maggiori gruppi di francofoni sono da ritrovarsi in Belgio, Svizzera e Lussemburgo.
Il francese é la seconda lingua piú parlata d’Europa con piú di X milioni di parlanti, dopo il tedesco (attorno a 100 milioni) e seguita dall’inglese (61 milioni circa). Ricerche demografiche attestano che grazie all’attuale tasso di natalità il francese si appresta a diventare la lingua più parlata d’Europa nel 2025 (a meno che una nazione di maggiori dimensioni come la Turchia non entri a far parte dei paesi dell’Unione prima di questa data).

Il francese è la seconda lingua più studiata al mondo. Assieme all’inglese, viene appresa nei sistemi educativi della maggior parte dei paesi del globo.
Inoltre, il francese è una delle lingue più apprese tra gli utenti di Babbel, il cui numero è in costante crescita, proprio come quello del nostro team francese, che vi terrá aggiornati riguardo a tutti i nuovi corsi!

 

FrenchWeek_Eng

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Dare voce a chi non ce l’ha: l’esperienza dei rifugiati congolesi con Babbel

Posted on February 11, 2014 by

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crisiCrisi é parte integrante del team di Babbel già dal 2008. Non solo tramite il lavoro é portata a conoscere costantemente persone nuove e ad imparare in loro compagnia. Ha giá visitato ben 47 Paesi, al ritorno dai quali ha sempre portato con lei, oltre ad imbarazzanti souvenir, qualche frammento della lingua locale. In luganda, in Uganda lingua ufficiale assieme all’inglese, ci si saluta così: „Ki kati!“.

 

Indipendentemente dalla ricchezza del Paese nel quale si vive, in un minuscolo villaggio o nel vortice di una megalopoli, basta poco per crearsi nuove prospettive – ad esempio una connessione internet e tanta voglia di imparare.

È quello che ho potuto constatare nel febbraio dell’anno scorso durante la mia permanenza a Kampala, capitale dell’Uganda, dopo aver conosciuto Edmund Page, direttore deProgetto Xavier. Questo progetto e l’iniziativa associata YARID (Young African Refugees for Integral Development) sono nati con l’obiettivo di permettere che i numerosi rifugiati che vivono nella città abbiano accesso all’istruzione.
La maggior parte dei profughi proviene dal Paese di confine, il Congo, martoriato da oltre vent’anni da sanguinosi conflitti, e cerca di costruirsi una nuova vita nel più pacifico Uganda. I conflitti nati per la disputa di oro, diamanti e altre ricchezze del sottosuolo africano sono costati la vita a oltre 5 milioni di persone. Attualmente il numero dei profughi è stimato tra uno e due milioni, di cui almeno 50.000 vivono a Kampala. Un quotidiano di disagi, che li vede costretti a convivere con scarsità di alloggi, cibo e assistenza sanitaria. La popolazione locale non riconosce in loro le madri, gli studenti, gli insegnanti, le infermiere o i commercianti costretti dai ribelli a lasciare le proprie case, ma solo rifugiati stranieri che parlano una lingua diversa da quella locale, ai quali non riservare un’accoglienza di benvenuto. Oltre a numerosi dialetti e lingue locali, la lingua ufficiale del Congo è il francese, mentre in Uganda si parla principalmente l’inglese. Per chiunque voglia trovare lavoro o semplicemente integrarsi a Kampala, quindi, l’inglese è una prerogativa indispensabile.

ll progetto YARID offre ad alcuni dei numerosi profughi la possibilità di frequentare corsi di inglese gratuiti. Con non pochi Bildschirmfoto 2014-02-03 um 15.30.21sforzi e alti livelli di concentrazione, studenti principianti e di livello avanzato frequentano gli stessi corsi, spesso in piccole stanze dove si raggruppano anche 70 partecipanti a lezione. Robert, uno dei volontari coinvolti nel progetto, è fuggito dal Congo nel 2008, ha imparato l’inglese da autodidatta e ora lo insegna a sua volta ai rifugiati arrivati dopo di lui.

Per circa un’ora ho assistito Robert nella sua lezione, e mi sono lasciata trasportare dal fervore dei suoi studenti, quasi tutti adulti.
Nonostante il breve lasso di tempo trascorso nella capanna di lamiera sede della lezione, il livello dei volumi acustici raggiunti al suo interno mi ha sfinita. Trovavo inoltre un vero peccato che la lezione non tenesse conto dei differenti livelli di conoscenza della lingua degli studenti: mentre alcuni si annoiavano, era evidente che fosse molto difficile per gli altri seguire la lezione, costituita principalmente dallo scrivere frasi intere alla lavagna, successivamente ripetute in coro dagli studenti. Le donne in particolare si rivelavano essere molto timide, e non osavano chiedere spiegazioni anche avendone la necessità.

È stato quando Edmund mi ha mostrato la sala computer del Xavier Project che mi è venuto in mente di far loro Bildschirmfoto 2014-02-03 um 15.32.06conoscere Babbel: i nostri corsi di inglese online risolverebbero ogni problema!
Il primo tentativo è stato un successo…a metà: solo due dei dodici rudimentali computer disponibili funzionavano a sufficienza, e la connessione internet era da mettersi le mani nei capelli. Ho tirato fuori il mio laptop e piazzato due, tre persone davanti a ogni monitor. Per la maggior parte di loro era la prima volta alle prese con un computer: dovevano imparare a cliccare col mouse e allenarsi a trovare le lettere sulla tastiera. Ma una volta sul sito di Babbel tutto è andato a gonfie vele: lezione dopo lezione gli studenti hanno ripetuto e digitato vocaboli fino all’orario di chiusura della sala, mentre fuori era già sera.

 

girlsNei giorni successivi ho organizzato nella sala computer vari “Ladies’ Day”, lezioni dedicate a sole donne.
Tra loro c’era Fatou, ultrasessantenne, una delle allieve più anziane. Non solo non si è lasciata scoraggiare dalle difficoltà iniziali con la tastiera, ma tramite un post sul suo Facebook ha esortato altre Bildschirmfoto 2014-02-03 um 16.53.55„mamme“ a prendere esempio da lei e ad iniziare a studiare l’inglese. Vedere quanto Fatou e le altre donne si divertivano davanti al computer mi ha motivata a voler procurare l’accesso ai corsi di Babbel per i rifugiati.

Tornata a Berlino ho avviato una campagna di raccolta fondi tra amici e colleghi di Babbel, grazie alla quale sono potuta tornare in Uganda a Novembre. Il successo della campagna mi ha permesso di portare con me computer, altoparlanti e un po’ di soldi per una connessione a internet più veloce.
Una volta sul posto ho mostrato ad Alex, nuovo collaboratore del progetto Xavier, new laptopcome registrarsi su Babbel, attivare i codici promozionali e scegliere i corsi adatti al proprio livello.
Da Novembre Alex organizza con regolaritá corsi di computer, durante i quali istruisce i suoi allievi anche su come utilizzare Babbel.

I profughi partecipanti al progetto possono cosí imparare l’inglese col proprio account ogni qualvolta hanno un po’ di tempo a disposizione, esercitandosi al contempo con il computer. I vantaggi sono molteplici: le loro chance sul mercato del lavoro aumentano, cosí come i loro progressi nell’apprendimento personalizzato della lingua inglese.

Grazie a un piccolo investimento ho potuto offrire ai rifugiati congolesi un’opportunità per migliorare la propria situazione, il che mi rende molto felice, e mi lascia sperare che incontrino sempre meno ostacoli nel loro percorso verso l’integrazione in Uganda.
È spesso con una piccola spinta che si mettono in moto grandi cambiamenti. O citando una pragmatica espressione locale: „Il momento giusto per piantare un albero era venti anni fa. La prossima occasione per farlo è adesso.“

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