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Babbel dietro le quinte: Refugees Welcome

Posted on February 23, 2016 by

LAGeSo

Nel corso degli ultimi due mesi, alcuni volontari di Babbel hanno visitato il centro di registrazione e accoglienza profughi nella Bundesallee di Berlino, il LAGeSo (acronimo di Landesamt für Gesundheit und Soziales, ufficio regionale per la salute e gli affari sociali), per distribuire corsi gratuiti di tedesco. Sam Taylor ha parlato con alcuni dei partecipanti al progetto e ha raccolto le loro testimonianze.

“Ma perché sei venuto qui?”, è la domanda che mi sento rivolgere da un ventenne siriano che chiameremo Ahmed. “Londra è molto più bella!”

Inizio a rispondere con un “Be’, insomma…”, ma poi lascio perdere. Da quando mi sono trasferito nella capitale tedesca, il confronto tra Londra e Berlino è un argomento di conversazione che mi è capitato di affrontare fin troppo spesso e che, ad essere sinceri, ormai mi ha un po’ stancato.

Ed è proprio qui che mi rendo davvero conto di qualcosa che pensavo essere già chiara: Ahmed è un ragazzo come tutti gli altri. Ho di fronte una persona che ha attraversato una serie di esperienze inimmaginabili per arrivare fin qui, in questa sala d’attesa, eppure mi ritrovo ad avere anche con lui una conversazione già avuta mille volte con altri.

Certo, è ovvio che sia una persona normale, così come lo sono tutti gli altri profughi con cui ho parlato. L’unica cosa non normale è che sono fuggiti da un paese in guerra. Lo so bene e lo sanno bene anche gli altri colleghi che hanno partecipato a questo progetto nelle ultime settimane, eppure tutti mi hanno raccontato di aver avuto simili momenti di illuminante familiarità. È una cosa ovvia, ma finché non incontri di persona i profughi di cui si parla tanto nei media, finché non ti ritrovi a fare anche con loro le solite banali conversazioni su argomenti tanto familiari, non ti entra davvero in testa.

“A Berlino le condizioni sono molto diverse rispetto a Calais,” ci spiega Giulia Raffaello, Executive Assistant per il team Product & Engineering di Babbel. Giulia, che ha avuto occasione di visitare il famigerato campo profughi nel nord della Francia, noto anche come “la giungla”, ha notato subito il contrasto tra quel tipo di contesto e quello berlinese.

“La situazione è molto più disperata a Calais. Lì le preoccupazioni principali sono le esigenze primarie come avere cibo, acqua e un riparo. Qui a Berlino, le condizioni sono molto più stabili, chi arriva fin qui già intravede la fine dell’incubo”.

I profughi che giungono agli uffici del LAGeSo nella Bundesallee hanno già alle spalle il difficile viaggio fino in Germania. Ora che non devono più preoccuparsi della propria Markus Witte sopravvivenza, possono iniziare a pensare a come costruirsi una nuova vita, procedure burocratiche e lezioni di lingua incluse. Ed è qui che cerchiamo di dare un contributo anche noi di Babbel.

“Non si tratta per forza di una questione di vita e di morte”, dice Markus Witte, CEO di Babbel. “Ma di certo la posta in gioco per queste persone è molto più alta rispetto a chi vuole solo ripassare qualche frase prima delle vacanze. Imparare il tedesco farà un’enorme differenza nelle loro vite e sono convinto che i vantaggi siano reciproci. Fin dall’inizio, ho pensato che fosse un enorme privilegio poter lavorare con i profughi. Dopo averli incontrati di persona, ne sono ancora più certo, perché quest’esperienza mi ha aiutato molto a comprendere meglio la situazione”.

Giulia, Markus e io siamo tra le decine di volontari di Babbel che hanno visitato più volte la sede del LAGeSo negli ultimi due mesi. Ogni giorno della settimana lavorativa, due di noi vanno lì a distribuire corsi gratuiti di Babbel, per aiutare i profughi a imparare il tedesco.

“La prima volta che siamo andati nella Bundesallee era una mattina presto”, ricorda Aria Jones, Junior Technical Product Owner. “Faceva molto freddo e c’era già una fila di gente in attesa dietro una barriera. Saltare la coda ed entrare per primi negli uffici davanti ai loro occhi è stato un po’ imbarazzante, un esempio lampante della nostra posizione privilegiata”.

LageSoCon l’aiuto degli addetti alla sicurezza, i volontari si sono addentrati nel labirinto di corridoi e scale dell’edificio per emergere nell’area di attesa 2, una grande sala che si apre su un cortile interno, con un’area fumatori al piano di sotto. Ci sono varie finestre, ma la sala è illuminata principalmente dai neon sul soffitto.

“C’era un mix di giovani e anziani, donne e uomini”, continua Aria. “La maggior parte aveva un’aria esausta, affaticata, anche annoiata. Abbiamo esordito con un annuncio bilingue, in tedesco e in inglese, per far sapere a tutti chi eravamo e per quale ragione ci trovavamo lì. La gente sembrava interessata, ma anche un po’ confusa. Alcuni che parlavano inglese ci hanno dato una mano a farci capire e, man mano, anche gli altri hanno iniziato ad avvicinarsi”.

Grazie anche alla scarsa affidabilità delle reti wifi pubbliche che ha rallentato la registrazione dei nuovi account su Babbel, i volontari hanno avuto tutto il tempo di fare la conoscenza di alcuni dei profughi che stavano aspettando il loro turno con la burocrazia.

“Mi ha intristito l’idea di non poterli aiutare tutti, o di non poter offrire loro un posto a casa mia”, dice Gaia di Customer Services. “Mi sarebbe piaciuto restare in contatto con alcune delle persone che ho conosciuto. Prima di andare, lo ammetto, ero un po’ preoccupata all’idea. Leggi le notizie, vedi i servizi in televisione, ma non sai mai davvero cosa aspettarti. Mi è servita circa una settimana per assimilare tutte le sensazioni contrastanti, ma ripensandoci ora… È una cosa che farei ogni giorno, tutto il giorno, se potessi”.

Anche Arne Schepker, che si è unito da poco al team di Babbel come CMO, ha fatto visita al centro: “È straordinario vedere quanta motivazione tutti abbiano a imparare il tedesco e integrarsi in Germania. Hanno finalmente l’opportunità di iniziare una nuova vita, una vita migliore, e non se la vogliono certo far scappare. Ogni aiuto che possiamo offrire è sempre ben accetto”.

È una cosa che ripetono tutti i colleghi che hanno partecipato al progetto finora: una volta che hai spiegato a qualcuno come funziona il prodotto, ne vede subito l’utilità.

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“La gente era un po’ scettica all’inizio”, confessa Arne Gerdes, Product Owner a Babbel. “Credevano che fossimo giornalisti, o che fossimo lì per vendere loro qualcosa. Non è sempre facile convincere le persone che si possono fidare di te, ma una volta che abbiamo spiegato le nostre intenzioni, hanno preso confidenza. Sono stati tutti molto soddisfatti dei corsi e c’è stato anche chi è tornato a farci vedere quanto aveva già imparato”.

Anche Raphael Menezes, Product Manager a Babbel, ha visitato il centro insieme a Gerdes ed è altrettanto convinto che sia fondamentale superare la diffidenza iniziale dei profughi del centro per poterli aiutare.

“Una volta che capiscono di cosa si tratta, sono estremamente grati”, mi racconta. “Ho parlato con un ragazzo che era già stato al centro varie volte e aveva incontrato uno dei nostri colleghi. Da allora aveva iniziato a usare la app di Babbel e stava già facendo grandi progressi. ’È fantastica’, mi ha detto”.

“A un certo punto si era creata una piccola folla di persone che volevano aprire un account”, racconta Lisa Rieh, Executive Assistant di Markus. “Uno di loro si è offerto volontario per aiutare gli altri a usare la app. C’era anche un ragazzino di circa 13 anni che ha iniziato subito a imparare appena ne ha avuto l’opportunità. Dopo dieci minuti è tornato da me a sfoggiare le sue prime frasi in tedesco!”

Oltre a dare ai profughi gli strumenti necessari per imparare una nuova lingua, ci premeva offrire loro una calorosa accoglienza o, per usare le parole del nostro CRM Manager Giovanni Perrucci, “essere per loro sia un volto amico che una buona esperienza”.

“I profughi apprezzano molto ogni gesto di accoglienza”, dice Markus. “Già l’idea che qualcuno voglia andar lì a dare una mano ha un forte effetto positivo”.

È stato un effetto evidente già dalle prime frasi che ho scambiato con Ahmed. Nei pochi minuti di conversazione tra noi, era già chiaro che il suo interesse andava oltre l’utilità del corso di tedesco: era altrettanto contento di poter fare quattro chiacchiere amichevoli.

BabbelUn esempio ancora più evidente è l’esperienza che mi ha raccontato un altro collega, Pedro Werneck, SEM Manager, sul suo incontro con un profugo iracheno:

“La prima cosa che mi ha detto è stata: ’Parli inglese? Help! Aiutami, non voglio stare in Germania. Voglio solo i documenti per andare a casa! Aiutami a tornare a casa!’

Erano due settimane che veniva ogni giorno agli uffici nella Bundesallee e stava cominciando a dubitare di ricevere un aiuto dal governo tedesco. Gli ho dato comunque il buono per usare Babbel gratis e poi ho passato un po’ di tempo con lui a parlargli della mia esperienza in Germania. Vengo dal Brasile, quindi in fondo sono un immigrato anch’io. E a fine giornata, poco prima che me andassi, è stato finalmente chiamato negli uffici per registrarsi. Era così contento che ha preso le scale di corsa. Che cambiamento!”

 

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